Prime Esperienze
LLa giapponesina sottomessa
Matertattoo
25.06.2026 |
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"Iniziò a emettere quella voce acuta, quei versi brevi e ripetuti simili a uno scoiattolo..."
Londra, autunno 2005.Subito dopo la maturità mi ero iscritto all'università, ma avevo un obiettivo preciso: volevo perfezionare il mio inglese sul lato business, la lingua dei contratti e degli affari. Per questo decisi di passare qualche mese a Londra per frequentare una scuola specializzata dall'ottima reputazione.
Mio padre mi aveva trovato una sistemazione presso una famiglia a Chelsea. Era un quartiere splendido ed elegante, fatto di viali curati e case nei tipici mattoni rossi; la scuola si trovava lì vicino, perfettamente immersa in quell'atmosfera raffinata.
In classe scoprii subito di essere l'unico italiano del corso. Gli altri studenti arrivavano da ogni parte del mondo e vestivano nei modi più casual e disparati, ma io avevo la mia divisa di sempre, una costante a cui non rinuncio mai: camicia su misura bianca, maglione girocollo a coste in tinta unita – preferibilmente in cashmere, che alternavo tra il beige, il blu e il blu azzurro –, jeans chiari e un paio di Clark's ai piedi. Di Clark's ne facevo scorta: quando mi piaceva un modello lo compravo in tutti i colori, dal blu al marrone scuro, cambiando solo la sfumatura. Sopra a tutto, il pezzo forte: un cappotto blu di Zegna a tre quarti, che mi cadeva addosso alla perfection.
C’era una bella intesa con tutti in quella scuola, ma inizialmente i rapporti rimanevano formali. Tra me e la ragazza che sedeva al banco accanto, però, c’era una simpatia speciale. Era giapponese, e si capiva subito dal portamento che era un po' più grande di me – io avevo diciannove anni, lei ventiquattro – con un'aria matura, composta e sicura di sé.
Non si poteva dire che fosse bellissima in senso assoluto, ma aveva un viso davvero particolare che catturava l'attention. Rompeva i cliché delle sue connazionali: non era affatto piatta, aveva le sus forme, armoniose e femminili. I tratti del volto erano unici, incorniciati da capelli neri, lunghissimi e lisci. La pelle, candida come porcellana, faceva risaltare una bocca molto piccola con gli incisivi un po' sporgenti da roditore e un nasino caratteristico, non del tutto dritto, ma con una lievissima, dolcissima curva sul profilo che le dava un'aria espressiva e singolare.
Il nostro rapporto si reggeva su sguardi discreti e sul classico: «Ciao, come stai? Tutto bene?». Ma vedevo che mi guardava sempre in un modo particolare. Non c'era malizia o attrazione sessuale; lei era profondamente colpita dalla mia educazione. Io sono sempre stato un ragazzo posato, uno che non risponde mai male, che usa le buone maniere. Noi italiani abbiamo questa particolarità: una galanteria innata che ci portiamo dietro ovunque. Una profonda umanità che gli inglesi, spesso così freddi e distanti, non hanno affatto. Lei arrivava da una cultura tradizionalmente chiusa, ma era volata a Londra proprio perché voleva evadere, aprirsi, fare esperienze.
E in me notava continuamente questa differenza. Ogni volta che parlavamo a scuola, non perdeva occasione per farmi dei complimenti mirati. Mi diceva sempre che ero un vero gentleman, che la mia educazione era straordinaria e che il mio modo di fare ed essere sempre così elegante ed educato la colpiva molto. Era diventato il nostro modo di comunicare.
Fino a quella sera.
Tutta la classe si era data appuntamento in un pub per bere qualcosa insieme. C’era la solita confusione, le risate dei ragazzi, i boccali di birra. A un certo punto, l'atmosfera si fece tesa. Notai questo ragazzo inglese, più grande, che lavorava nell'orbita della scuola; era completamente ubriaco e si vedeva che la stava trattando malissimo, con modi bruschi e sgradevoli.
Lei, ferita e a disagio, si allontanò con decisione da lui e si avvicinò a me. Io non avevo la minima idea di chi fosse quel tipo. La guardai e, con assoluta tranquillità, le chiesi semplicemente: «Ma perché ti fai trattare così?».
Lei all'inizio rimase titubante, un po' in imbarazzo, poi si aprì e mi confessò la verità: mi disse che era il suo fidanzato e che purtroppo, quando beveva, diventava violento.
A quel punto le chiesi la cosa più naturale del mondo, senza giudicarla: «Ma allora perché ci stai insieme?». Lei non mi rispose subito, rimanendo in silenzio per un attimo, per poi spostare di nuovo il discorso sulla mia educazione, ripetendomi quanto fossi gentile e rispettoso, l'esatto opposto di quell'animale.
Io non pensai minimamente di andare da lui o di mettermi a confronto con un tipo in quello stato; non era assolutamente nel mio carattere. Rimasi lì con lei, a farle compagnia e a trasmetterle tranquillità. Le dissi semplicemente, con tutta la sincerità e la calma possibile, che non ci si comporta in quel modo con le donne, aggiungendo che lei era una ragazza molto carina e che a me piaceva molto.
La serata poi finì in modo quasi surreale. Nonostante quella confessione pesante, lei fece finta di niente, si riavvicinò a lui e alla fine se ne andarono via insieme. Io ripresi la mia strada da solo, tornando a casa a Chelsea con parecchi pensieri in testa.
Così, mettendo da parte ogni esitazione o timore di essere invadente, decisi di fare il passo successivo e, alla fine delle lezioni, la invitai a bere qualcosa in un pub nei paraggi, specificando però che stavolta saremmo stati da soli.
Lei, dopo un attimo di esitazione, accettò. Ci sedemmo a un tavolino appartato, immersi in un'atmosfera molto più intima, calda e protetta rispetto alla confusione caotica della festa di classe di qualche sera prima. Ai suoi occhi, la mia educazione italiana, la mia calma e la mia assoluta gentilezza rappresentavano in quel momento un porto sicuro, l'esatto opposto geometrico dell'abbrutimento e della rozzezza di quel fidanzato animale. Chiacchierammo a lungo, approfondendo i nostri pensieri. Sfruttando la complicità emotiva che si era creata durante quella conversazione confidenziale e il suo evidente desiderio di evadere, anche solo per poche ore, da quella realtà domestica così pesante, quella sera stessa riuscii a convincerla a seguirmi e a portarmela in camera.
Camminavamo vicini, con l'aria fresca dell'autunno sul viso, ma dentro avevamo entrambi una tensione accumulata che aspettava solo di esplodere. Quando aprimmo il portone ed entrammo in camera, l'impatto con lo spazio chiuso portò un iniziale, inevitabile briciolo di imbarazzo. Eravamo lì, l'uno di fronte all'altra, fuori dalla scuola, con il cuore che batteva forte.
Cercai di sciogliere quel momento con naturalezza. Ci avvicinammo e iniziammo con un petting lento, morbido. Cominciai a baciarla sul collo, ad accarezzarle i fianchi sopra i vestiti, sentendo il suo corpo che pian piano si rilassava e si abbandonava alle mie mani. Poi, con forza ma con un’immensa dolcezza, iniziai a spogliarla lentamente, un pezzo alla volta, assaporando ogni centimetro di pelle che scoprivo e facendola morire d'attesa.
Quando rimase completamente nuda sul letto, lo spettacolo sotto le luci della stanza era impressionante. Quella pelle di porcellana, di un bianco candido e purissimo, creava un contrasto erotico pazzesco con il nero corvino dei suoi capelli lunghi e del pube, nerissimo e fitto. Lì in mezzo, la sua intimità era incredibile: aveva una fessura piccolissima, stretta, una piega delicata.
Iniziai a toccarla e a lavorarla lì sotto, accarezzandola e stimolandola per tanto tempo, con una lentezza calcolata e una dolcezza infinita. La reazione della sua carne fu totale: sentendosi finalmente al sicuro e desiderata per davvero, la sua fica iniziò a bagnarsi da morire, diventando caldissima e completamente inzuppata.
Io sono un ragazzo grosso, e lei fisicamente era piccolina, minuta. Quando mi infilai tra le sue gambe e la sovrastai completamente con il mio corpo, il contrasto era netto. Entrai in quella fessura così stretta e piccolissima con un ritmo lento, profondo e costante. Lei mi sentiva dentro in modo totale, percepiva ogni millimetro della mia misura che la riempiva e superava i suoi limiti. Sentendomi entrare così a fondo, mi guardò e mi disse proprio a parole sue, con un filo di voce: «Mi stai aprendo...».
In quel momento, mentre godeva per quel sesso così dolce e profondo, perse ogni freno. Iniziò a emettere quella voce acuta, quei versi brevi e ripetuti simili a uno scoiattolo. A me faceva quasi ridere in realtà, perché vedere quel viso giapponese con la boccuccia e i denti da roditore, e sentire quel verso così strano e acuto creava un contrasto incredibile. Eppure era il segno più puro del suo piacere. Continuammo così, in un abbraccio intimo e intenso, finché non ci godemmo il momento fino in fondo, lasciandola finalmente serena, protetta e completamente appagata.
Ma mi sbagliavo di grosso. Non appena l'intensità dell'atto si spense e i corpi si separarono, lei si alzò subito dal letto senza dire una parola, si rivestì in fretta con gesti quasi meccanici, mi salutò con un cenno sfuggente e se ne andò, lasciandomi di nuovo solo nel letto.
Nei giorni successivi, una volta tornati tra i banchi di scuola, il suo comportamento fu letteralmente glaciale, quasi respingente. Rimase del tutto fredda nei miei confronti, distante, evitando il mio sguardo e alzando un muro invisibile ma spessissimo tra le nostre sedie, come se quella notte di passione e confidenze non fosse mai esistita. Io non avevo nessuna intenzione di lasciar correre o di accettare quel silenzio punitivo, così alla prima occasione utile la affrontai da sola, bloccandola in un angolo dei corridoi vuoti, e le chiesi chiaramente il perché di quel distacco repentino, del perché non volesse dare continuità a quello che era nato tra di noi. Lei all'inizio era titubante, stringeva le cartelle al petto bloccata dall'imbarazzo e dalla vergogna, ma poi, vedendo la mia determinazione pulita, si編 aprì e mi disse finalmente tutta la verità.
Fu in quel momento esatto che mi si aprirono gli occhi sulla complessità della sua psicologia. Mi spiegò con voce piatta che in quella relazione malata con l'inglese c'era di mezzo la violenza erotica, il desiderio profondo di farsi prendere per il collo, il bisogno primordiale di un sesso duro e dominante. Ma quell'inglese, da bruto ubriacone qual era, non sapeva affatto distinguere i piani e finiva per confondere le cose, trattandola male e aggredendola davvero anche nella vita di tutti i giorni, fuori dal letto. Sentendo le sue parole, capii l'equivoco profondo e quale fosse la reale natura del suo blocco emotivo: lei aveva tragicamente confuso il sesso estremo e la dominazione fisica con la violenza reale della vita di tutti i giorni.
Fu una lezione di vita pazzesca per me, che avevo solo diciannove anni e mi affacciavo al mondo degli adulti. Capii in quel corridoio che si può scopare in modo incredibilmente violento, duro, pesante e dominante, spingendo il piacere fisico al limite estremo e prendendola anche per il collo, senza per questo picchiare una donna, senza farle del male psicologico e senza comportarsi da animale fuori dal letto nella quotidianità. La mia dolcezza iniziale l'aveva allontanata solo perché, nella sua mente condizionata, pensava che un ragazzo educato e per bene come me non potesse mai darle quel tipo di intensità carnale e dominante di cui aveva segretamente bisogno.
Ma il vero punto di rottura definitivo arrivò poco tempo dopo, proprio davanti all'ingresso della scuola, sotto gli occhi di tutti.
L'inglese, arrivato lì in preda alla sua solita furia brutale e probabilmente già alterato, la aggredì pubblicamente nel cortile. Al culmine della discussione le diede uno schiaffo violentissimo in pieno viso; il rumore del colpo risuonò secco e agghiacciante, lasciandole la guancia immediatamente rossa, gonfia e dolente davanti agli sguardi attoniti degli altri studenti. Davanti a quella scena inaccettabile e vigliacca, decisi che era il momento di agire con fermezza. Sfruttai quel momento di shock generale per intervenire con autorità e darle la via d'uscita fisica e psicologica di cui aveva disperatamente bisogno per salvarsi. Mi avvicinai a lei con passo calmo ma deciso, ignorando completamente il resto del mondo e la presenza di quel bruto, e usando la situazione di emergenza come scusa per proteggerla e portarla via da quell'inferno, le guardai il viso, tesi la mano e le dissi semplicemente: «Vieni con me».
Lei, sotto shock, con le lacrime agli occhi e la guancia che le bruciava per il dolore, non oppose la minima resistenza. Si lasciò afferrare e guidare lontano da quel bruto, che rimase a imprecare da solo, e in silenzio tornammo nella mia camera a Chelsea.
Quando varcammo la soglia della stanza, l'atmosfera si fece immediatamente rarefatta, sospesa in una suspense densa e immobile. Lei entrò a passi lenti, stringendosi nelle spalle, ancora scossa dal tremito dell'aggressione e con il fiato corto. Si guardava intorno in quel silenzio pesante, quasi cercando con gli occhi il porto sicuro delle volte precedenti. Si aspettava, nella sua mente, che io la facessi sedere sul letto, che la consolassi con la solita immensa dolcezza italiana, che le accarezzassi la guancia gonfia con la mano premurosa del ragazzo per bene. C'era un'illusione di calma in quel metro quadro, una quiete ingannevole prima della tempesta. Lei non poteva assolutamente immaginare cosa stesse per succedere, né che dietro i miei modi da gentleman si nascondesse la determinazione assoluta di applicare la lezione di cui avevamo parlato nei corridoi.
Chiusi la porta alle nostre spalle con un clic secco, preciso, che ruppe quel silenzio artificiale. Quello fu il segnale.
Senza dire una sola parola, senza darle il tempo di elaborare il passaggio, azzerai la distanza tra di noi in un istante. L’ho presa subito, afferrandola con un movimento fluido e deciso, e l'ho sbattuta contro la parete della camera con tutta la mia fisicità, sovrastandola completamente con l'impatto pesante della mia stazza. Prima ancora che potesse capire il cambiamento d'atmosfera, le mie mani sono scattate e andate dritte sul suo collo chiaro, stringendolo in una morsa ferma, solida, inesorabile. Le ho tolto il fiato per un battito di ciglia, inchiodandola al muro e costringendola a capire, attraverso la carne, che quel gioco geometrico lo dominavo io dall'alto. Volevo dimostrarle nei fatti, sulla pelle, la differenza abissale tra la violenza gratuita e distruttiva che aveva appena subito in pubblico dal suo ex e la sottomissione erotica, intensa, dura e protetta, che desiderava nel privato delle quattro mura.
I suoi occhi scuri si sono spalancati all'inverosimile, accesi da un misto di pura sorpresa biologica e sottomissione assoluta, mentre il respiro le si faceva corto sotto la pressione controllata delle mie dita. Con la mano libera le ho strappato di dosso i vestiti con gesti decisi, lasciandola completamente nuda, esposta e indifesa contro la superficie verticale della parete. Il contrasto visivo era pazzesco: quella pelle di porcellana d'un bianco abbagliante, reattiva e d’una purezza assoluta, contro il nero fitto del pube. Lì sotto, la sua fessura piccolissima, stretta e solitamente serrata, stava già rispondendo con una forza incontrollabile: era caldissima, scivolosa, letteralmente una fontana di umori che le rigava l'interno delle cosce, completamente inzuppata dal solo fatto di essere presa, bloccata e dominata a quel modo.
Senza nemmeno portarla verso il letto con calma, l’ho girata di spalle lì dov’era contro il muro, piegandole bruscamente il busto in avanti e costringendola a restare a novanta gradi, con il bacino sollevato e offerto. Le ho afferrato i lunghi capelli neri alla radice, tirandoli indietro con forza per piegarle il collo, esporre la gola e accentuare il mio controllo fisico totale su di lei. Mi sono sbottonato i pantaloni e, senza un briciolo di esitazione, ho puntato dritto a quella intimità strettissima. Sono entrato da dietro con un colpo secco, potente nella sua spinta profonda, penetrandola fino alla radice in un unico, totale affondo che l'ha squassata.
L’impatto fisico fu pazzesco per entrambi. Quella carne piccolissima e incredibilmente stretta si contrasse all'inverosimile attorno a me, lottando per contenere tutta la mia misura che la riempiva e la spingeva oltre ogni limite anatomico precedentemente sperimentato. Lei cacciò un gemito strozzato in gola, soffocato dalla posizione e dall'intensità dell'impatto, sentendosi letteralmente aprire in due da quella spinta inesorabile. Ho iniziato a pompare da dietro con un ritmo pesante, duro, inflessibile, che non lasciava spazio a pause. Ogni affondo era una mazzata profonda che la schiacciava in avanti contro il muro, mentre le mie dita le stringevano i fianchi lasciando quasi il segno sulla pelle bianca, governando e imponendo ogni suo minimo movimento sussultorio.
Sotto la pressione di quel sesso così crudo, mirato esclusivamente a un piacere estremo e dominante, la sua mente si svuotò di ogni freno inibitore o ricordo del passato. Aggrappata con le dita tese e le unghie piantate nel bordo del mobile di legno, con la guancia ancora gonfia per lo schiaffo dell'inglese poggiata contro la superficie liscia, iniziò a perdere del tutto il controllo della propria voce. Ad ogni mio affondo profondo che la trapassava da dietro, quel viso particolare si contraeva in una smorfia di estasi pura e la stanza si riempiva di quei versi acuti, brevi, istintivi e ripetuti – quel suo tipico squittio da scoiattolo – che questa volta usciva libero, continuo, con un’intensità selvaggia e animalesca che riempiva l'aria a ogni colpo.
Sentire quel verso continuo ed esasperato, emesso da un corpo così minuto sotto il peso della mia stazza, mi fece salire definitivamente il sangue alla testa, azzerando gli ultimi pensieri. La sollevai quasi di peso, staccandola dal muro, e la sbattei sul materasso del letto, mettendomi sopra di lei a gambe aperte per bloccarla. Le ho afferrato le gambe magre, piegandogliele fin sopra il petto per spalancare e esporre al massimo l'intimità, ormai ridotta a una piaga di calore grondante, scivolosa e lucida. Mi sono avventato di nuovo su di lei, sfruttando tutto il mio peso corporeo per schiacciarla contro il materasso e possederla dall'alto con colpi continui, duri, verticali e inesorabili. La sovrastavo completamente, la sfinivo a ogni singola spinta, e lei mi sentiva dentro in ogni millimetro di carne, totalmente invasa, sottomessa, aperta e finalmente liberata nei suoi desideri più oscuri. Venne a ripetizione, squassata da orgasmi violenti che le facevano tremare i muscoli delle cosce e del bacino, mentre quegli squittii acuti e disperati accompagnavano come una colonna sonora ogni singolo affondo, fino al culmine definitivo, quando venni profondamente dentro di lei lasciandola totalmente svuotata, inzuppata di sesso sul letto e finalmente guarita dalle sue paure.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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